Anita, l’amazzone (gelosa) del Generale

Moglie di Garibaldi, fu amante appassionata, madre tenera, guerrigliera indomabile fino alla morte nel 1849

Roma, il monumento ad Anita GaribaldiRoma, il monumento ad Anita Garibaldi 

 

Anita l’amazzone, la guerrillera, l’amante appassionata e gelosa del suo uomo, Anita la madre tenera ed eroica. Questo è stata Ana Maria Ribeiro Da Silva, detta Aninhas, la moglie brasiliana di Giuseppe Garibaldi nei dieci anni esatti che visse accanto all’eroe dei due mondi. Il suo contributo al Risorgimento italiano è stato grande anche se indiretto. Immolando tutta se stessa sull’altare di quel José dagli occhi azzurri che le aveva dato quattro figli (Menotti nel 1942, Rosita nata nel 1843, Teresita nel 1945 e Ricciotti nel 1947) consegnò all’Italia il combattente indomito che l’avrebbe unita. Il rivolo di sangue indio che scorreva nelle vene della fanciulla, nata il 30 agosto 1821 a Morrinhas, un povero villaggio in provincia di Santa Caterina nel Sud del Brasile, mostrò subito di quale fosse la sua tempra, lo spirito selvaggio, l’agilità e il coraggio di cui era capace. Dapprima seppe tener testa a Manuel Duarte Aguilar, un calzolaio ubriacone e per giunta monarchico che la madre vedova in difficoltà economiche le aveva scelto per marito, anche per evitare guai peggiori a una bellezza precoce ma già molto avvenente. Poi affrontando con il coraggio di una pantera le incredibili avventure e le durissime privazioni subite nella lotta contro le truppe imperiali accanto a Garibaldi.

«TU SARAI MIA!» Quando, il 27 luglio 1839, Garibaldi puntò il cannocchiale sul molo di Laguna, il porticciolo dell’isola di Santa Caterina diventata allora repubblica indipendente, riconobbe nella realtà la ragazza che aveva sognato di amare. «Tu sarai mia!», le dichiarò appena sbarcato, ma lei lo aveva già notato in precedenza. Non gli disse che era sposata da quattro anni, perché dal giorno in cui il marito l’aveva lasciata per arruolarsi con gli imperialisti di Pedro II, non aveva avuto più sue notizie. Fu il più romantico dei colpi di fulmine. Anita condivideva con Garibaldi gli ideali repubblicani cui l’aveva educata lo zio Antonio. Aveva 18 anni e sapeva cavalcare come una vera amazzone. Non ci pensò un attimo a lasciare tutto per il biondo eroe venuto dall’Italia. Dopo un’ estate di idillio amoroso con José, Anita si imbarcò sul Pardo, il naviglio da lui capitanato battente bandiera lagunese, e prese parte a più di un’azione di guerra per mare e per terra comportandosi come un’eroina salgariana ante litteram. Durante lo scontro con la flotta imperiale nella baia di Ibituba (3 novembre 1839) e, subito dopo, nell’ultima battaglia navale della Barra, trasportando in salvo sotto il fuoco nemico le munizioni di bordo, prima che Garibaldi desse fuoco alle sue navi.

SEMINUDA IN FUGA – Partecipò anche alla battaglia di Santa Vittoria (il 15 dicembre 1839) dove cinquecento repubblicani ebbero la meglio su duemila imperiali, ma nella battaglia di Curitibanos (18 gennaio 1840) venne fatta prigioniera. Riuscì però a fuggire attraverso la foresta per raggiungere, stremata da otto giorni di stenti, Garibaldi. Le peripezie, come quando sfuggi agli imperiali che avevano circondato la sua casa, a cavallo, seminuda, sotto la pioggia stringendo il fagotto con il primogenito Menotti di soli 12 giorni, finiranno quando Garibaldi, convintosi che la lotta non era più una guerra di popolo contro la tirannia, ma era diventata una sporca guerra civile, chiese e ottenne dal generale Beto Gonçalves di lasciare l’esercito repubblicano. Dopo un lungo e periglioso viaggio verso l’Uruguay, la coppia giunse a Montevideo praticamente senza mezzi. Il 26 marzo 1842, dopo la morte presunta del marito, vennero celebrate le nozze nella chiesa di San Francesco d’Assisi. Per campare Garibaldi si adattò prima senza successo a fare il venditore ambulante di grano e formaggi, poi a insegnare matematica, storia e geografia in un collegio, mentre Anita era costretta ad arrotondare il magro bilancio familiare facendo la sarta.

  GELOSIA E DEPRESSIONE – La vita scorreva tranquilla, ma ogni tanto la felicità domestica veniva turbata dalla feroce gelosia di Anita e il corsaro era costretto dalla moglie a tagliarsi barba e capelli per sembrare meno seducente. Scoppiata la guerra tra Uruguay e Argentina, Garibaldi fu ingaggiato con il grado di colonnello dal presidente Fruttuoso Rivera e messo a capo dei resti della flotta sbaragliata dall’ammiraglio argentino Brown. Montevideo, la nuova Troia, come la definì Alexander Dumas, rimarrà sotto assedio per oltre otto anni. Colpita da forte depressione per la perdita della figlia Rosita, morta a due anni a causa di un’epidemia di scarlattina, Anita si prodigò come infermiera di campo, partecipando anche alla battaglia di San Antonio dove Garibaldi con soli 190 uomini ebbe ragione dei mille e cinquecento del generale Oribe. Rinunciando alla carica di comandante generale di tutte le forze di difesa della città, Garibaldi tornò in Europa dove gli eventi stavano precipitando in senso rivoluzionario. Anita con i tre figli lo precederà. Sbarcata a Genova il 27 dicembre 1847, fu accolta da una folla di tremila persone. A Nizza però la convivenza con Donna Rosa non fu facile: infatti la suocera, cattolica, non la vedeva di buon occhio per via del precedente matrimonio.

ROMA E LA MORTE – Garibaldi la raggiunse il 21 giugno 1848 per partire immediatamente alla volta di Firenze, Bologna, Ravenna, del Lago Maggiore e infine Roma dove era stata proclamata la Repubblica, alla cui difesa disperata, un anno dopo, darà un contributo decisivo. Anita, incinta di quattro mesi, lo raggiunse a Roma il 26 giugno poco prima della capitolazione. Garibaldi decise di raggiungere Venezia ancora libera, ma Anita volle a qualunque costo seguirne il destino. Comincerà così il suo calvario: le tappe forzate, la febbre, la morte il 4 agosto 1849 in una fattoria del ravennate con gli Austriaci alle calcagna, tra le braccia di Garibaldi. Poi una sepoltura frettolosa, la pietosa riesumazione, il funerale religioso e, nel 1859, per volontà di Garibaldi, la tumulazione a Nizza. Nel 1932 la salma fu traslata a Roma nel monumento a lei dedicato sul Gianicolo.

Mauro Chiabrando

    

Annunci