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Da oggi in libreria (Feltrinelli, 15 euro, 288 pagine) il libro “Tanti amori”, frutto di ore di conversazione, non solo sportiva, fra Marco Manzoni e Gianni Mura. Ne pubblichiamo uno stralcio.

Il rispetto degli avversari e la cultura della sconfitta fanno parte di un vecchio codice comportamentale che viene declinato alla voce fair play. Il fair play è il rispetto degli avversari, dell’arbitro e in generale delle regole. È una cosa molto britannica, l’hanno inventato loro. Nel calcio italiano il fair play non è mai stato molto apprezzato, il nostro è un calcio isterico nel quale si litiga anche per una rimessa laterale a centrocampo, o si manda l’arbitro a quel paese per un nonnulla. A questo proposito, mi viene in mente un episodio che mi è stato raccontato da Beppe Bergomi, ex capitano dell’Inter e della Nazionale, il giorno del funerale di Bearzot.

Bergomi era un terzino e non faceva molti gol. Una volta, non si sa come, aveva segnato il gol del 5 a 1 all’Ascoli e aveva esultato come se ne avesse segnato uno al Barcellona. Al primo raduno della Nazionale, Bearzot lo chiamò e gli disse che quel gesto non gli era piaciuto. E lui, senza capire: “Ma perché?”. “Perché dovevi pensare che loro, perdendo, finivano in serie B e quindi non è stato corretto fare tutta quella festa”. Conclusione di Bergomi: “Ci rimasi malissimo, però aveva ragione lui”.

Questo rimanda a un aspetto etico dello sport a cui tengo molto: l’insegnamento che ti proviene dalla sconfitta. Quasi tutti gli allenatori, a cominciare da Sacchi, parlano di cultura della sconfitta. Ed è verissimo, è necessaria, però sarebbe bello che dessero loro l’esempio. Un allenatore o un uomo di sport è anche uno che, come Bearzot, sa fare un certo genere di discorsi, è uno che ha un’età diversa dalla tua, quindi potrebbe essere tuo padre o tuo zio, e ti spiega anche come devi comportarti, e se sbagli te lo fa capire.

Purtroppo, questo tipo di allenatore-maestro è un po’ sparito, ma è consolante che il ct Prandelli abbia introdotto in Nazionale un codice etico. Da questo punto di vista il calcio è molto cambiato: una volta si gestivano gruppi di 15-18 calciatori, adesso sono 28-30, e di conseguenza è molto cambiata anche la figura dell’allenatore. (…) Credo che un allenatore debba anche essere, se non un maestro di vita, che suona un po’ retorico, una specie di capitano morale, con quella qualità che si chiama autorevolezza. È lui che deve intervenire, nel bene e nel male, per correggere certi difetti. Con la consapevolezza che le partite sono eventi pubblici che si svolgono davanti a milioni di spettatori.

Per fare un esempio attuale, Trapattoni è un capitano morale, Mourinho no. Questo non vuol dire che Trapattoni sia più bravo di Mourinho, ma che ha dei punti di riferimento etici diversi da Mourinho. Probabilmente anche Pep Guardiola, ex allenatore del Barcellona che mi dicono ami molto leggere di filosofia, ha dei punti di riferimento etici di un certo tipo, e comunque riesce a far giocare una squadra con un concetto della mutua assistenza che sembra quello delle prime cooperative operaie. Sono molto curioso di vedere cosa farà a Monaco, nel Bayern.
Lo sport è essenzialmente basato da un lato sul tentativo di superarsi, di tirar fuori il meglio dal corpo e dalle energie mentali, e dall’altro, come ho detto, sul rispetto delle regole, dei giudici e degli avversari. In Italia, gli esempi di rispetto dell’avversario che vengono proposti dall’alto sono spesso inadeguati e insufficienti, come mostra il tentativo fallito di un terzo tempo nelle partite di calcio di serie A, che è quel momento, mutuato dal rugby, in cui le squadre si salutano a fine partita.

Anche la proposta della Gazzetta dello Sport di fare come in Spagna, dove i presidenti dei due club in campo siedono vicini, a dimostrare che si può fare il tifo anche così, non ha avuto consensi. E dunque non vedremo mai in tribuna Moratti e Agnelli seduti accanto, perché ognuno deve fare il tifoso per conto suo, con gesti apotropaici o altri più clamorosi.

Non a caso, certi luminosi esempi di autentico fair play provengono più frequentemente da sport minori. Come, molti anni fa, quello del campione di bob Eugenio Monti. Alle Olimpiadi di Innsbruck, nel ’64, all’equipaggio britannico, uno dei più forti, si era rotto un bullone. Monti gli prestò uno dei suoi. Fu così che vinsero Nash e Dixon, Monti e Siorpaes dovettero accontentarsi della medaglia di bronzo. Alle critiche dei giornalisti italiani Monti rispose: “Hanno vinto perché sono andati più veloci, non perché gli ho prestato un bullone”. Per questo gesto di fair play Monti fu premiato dal Comitato olimpico internazionale con la medaglia de Coubertin.

È questo il senso profondo dello sport: non voglio vantaggi, non voglio fare gol se tu sei steso per terra, non voglio attaccare se tu cadi dalla bici, perché non ha senso e mi sporcherebbe la vittoria. Quel che conta è giocare e vincere pulito. Poi puoi anche perdere, ma con stile.

Se si parla di EPU (etica, passione e umanità) non si può non dire che il doping è uno dei suoi grandi nemici, perché trucca le carte in tavola. La certezza a volte arriva dopo molti anni, come insegna il caso di Lance Armstrong, sospettato da tempo ma incastrato solo nello scorso autunno e privato di tutte le vittorie dal 1999 in qua, compresi i sette Tour de France.

Una volta Bernard Hinault, il campione bretone, disse: “Il dopato è uno che ruba il pane”. Se io sono uno dei pochi ciclisti che non si drogano e tu uno dei tanti che lo fanno, arriverai quasi sempre prima di me, e quindi io guadagnerò molto meno facendo inevitabilmente più fatica. Ma correrò meno rischi. Secondo l’ex commissario tecnico della Nazionale di ciclismo Alfredo Martini, per fare ciclismo seriamente basta allenarsi e condurre una vita da atleta. Lui diceva: “Io andavo a letto alle nove di sera, alle dieci era già uno stravizio ai miei tempi. Al ciclista servono un corpo sano e una mente fresca”.

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