La lettura:
Grafie minute, annotazioni, cancellature, e numeri, ancora numeri: in colonna, liberi e raggruppati, separati da linee. La reazione a catena oggi è un topos del linguaggio comune. Non si dice, forse, che anche in politica, economia o addirittura nei rapporti sociali, si è innescata una reazione a catena? Il linguaggio è traslato dalla fisica dove definisce il processo in base al quale sono stati possibili sia l’energia nucleare che la bomba atomica. Una scoperta che ha cambiato la storia del mondo.

I « ragazzi» di via Panisperna (Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Emilio Segrè, Ettore Majorana, ai quali nel 1934 si aggiunsero Bruno Pontecorvo e il chimico Oscar D’Agostino) guidati da Enrico Fermi fecero una scoperta fondamentale per ottenere una reazione a catena, cioè il metodo per rallentare i neutroni, attraverso la paraffina. Come si è giunti alla scoperta è testimoniato dalle annotazioni in un piccolo quaderno compilato a mano, noto finora solo a una ristretta cerchia di specialisti di storia della scienza. Eccolo qui, per studenti universitari e non, e per la più ampia comunità scientifica, in Italia e all’estero, che naturalmente «sa» tutto di questo, ma che probabilmente non ha mai «visto» la dimostrazione e le misure originali. Si tratta del cosiddetto «Quaderno di Amaldi», nel senso che era di proprietà di Edoardo Amaldi, tanto che nella prima pagina era annotato anche il suo indirizzo di casa, ma che di fatto era il quaderno di lavoro di tutti i «ragazzi». Fino a raggiungere la prova: il rallentamento di neutroni tramite la paraffina. Con tanto di data annotata in cima alla pagina: «20 ottobre 34»; e due colonne per far vedere l’effetto subito dai neutroni con la paraffina e senza.

«Per me, vederlo è stato come salire sul Sinai, la sensazione è stata di sacralità e di curiosità insieme, perché hai davanti qualcosa che costituisce i fondamenti di ciò che oggi conosciamo, quasi le Tavole della legge, e insieme sei spinto a capire le difficoltà che hanno incontrato. E che ogni passo è stato fatto di sforzi enormi. È come avere davanti l’immagine di una scalata, sei impressionato da come sono arrivati in vetta». Descrive così le sue emozioni davanti a queste carte, Franco Cervelli, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare e docente di Macchine acceleratrici all’Università di Pisa, che lavora con il Nobel Samuel C. C. Ting e ha costruito la macchina per la ricerca della materia oscura installata sulla stazione spaziale internazionale.

Dopo la scoperta del 20 ottobre 1934, Fermi volle vedere, in modo sistematico, l’effetto dei neutroni lenti su tutti gli elementi della tavola di Mendeleev. Queste misurazioni condotte dai «ragazzi» sono raccolte in un secondo quadernetto, verde, che lui stesso volle chiamare Thesaurus Elementorum Radioactivorum, per indicare dal suo stesso nome che conteneva informazioni preziosissime.

Quello che è più straordinario è che nel procedere alle misurazioni talvolta venivano compiuti degli errori, com’è testimoniato dagli appunti. Anzi, è proprio la segnalazione di un errore, la più clamorosa annotazione a mano del Thesaurus. E non c’è scritto semplicemente «errore», o «sbagliato», ma in modo politicamente molto scorretto, un ben più sonoro e a tutto tondo: «!Balle!» con tanto di due punti esclamativi, prima e dopo la parola.

L’eccezionalità della nota rimanda a quella della situazione in cui fu fatta. Ed è costituita da queste circostanze: i calcoli, sbagliati, per le misure sul nichel erano di Pontecorvo. E la solenne bocciatura di quelle misurazioni, di pugno, di Enrico Fermi.

«!Balle!» scritto per ben due volte.

Pagine ingiallite e fogli millimetrati che fanno parte del Registro B1 del Fondo Enrico Fermi conservato presso la Domus Galileana di Pisa che ne ha autorizzato la pubblicazione su «la Lettura». Le carte stanno in cassaforte su due ripiani dedicati. Una parte dei quaderni è riposta dentro alcune buste; la corrispondenza, i dattiloscritti e la miscellanea sono inseriti in cartelle a loro volta conservate in una scatola; alcuni report e parte dei quaderni sono sciolti. Tutto il materiale è stato ordinato e inventariato nel 2000 dalla professoressa Nadia Robotti, ordinario di Storia della fisica all’Università di Genova. Copia di questo inventario è conservata in cassaforte unitamente al fondo. Tutte le carte sono disponibili su microfilm. La corrispondenza e parte dei quaderni, inoltre, sono stati scansionati e sono disponibili su formato elettronico.

Il Fondo Fermi è arrivato alla Domus per donazione (avvenuta a partire dal 1957, come attesta la corrispondenza conservata) per il tramite di Edoardo Amaldi, insieme agli strumenti di fisica utilizzati da Fermi nei laboratori di Roma. Gli strumenti furono riconsegnati a Edoardo Amaldi nel 1983, tranne le sorgenti radioattive che sono tuttora presso la Domus Galileana. Per incuria e in modo del tutto casuale, le «sorgenti» utilizzate dallo scienziato a Roma, in via Panisperna, negli anni 1934-37 infatti non vennero rispedite nella Capitale perché gli addetti al trasporto, ritenendole pericolose per la salute, le abbandonarono in un armadio, da cui sono state «recuperate» nel 2000.

Sulle carte si tramanda anche una leggenda che allude a un presunto giallo storico legato agli anni della guerra, all’avanzare del fronte alleato, allo status di Roma Città aperta. Al fatto che qualcuno avrebbe voluto mettere in salvo le carte perché non cadessero in mani naziste. O forse, all’opposto, in mani alleate. Una leggenda che, in quest’ultimo caso, avrebbe avuto a che fare con la scelta di campo attuata da Pontecorvo in seguito, un anno dopo la data in cui venne scattata la foto che in questa pagina lo ritrae con Enrico Fermi all’Olivetti, e cioè quando, nel 1950, volontariamente si trasferì in Unione Sovietica, in piena guerra fredda. Una traccia della leggenda di un arrivo materiale delle carte durante la guerra si riscontra addirittura nel sito ufficiale della Domus, lì dove è scritto: «Non sempre è possibile ricostruire la storia archivistica di questi fondi e documentare con precisione l’acquisizione dei materiali, perché avvenuta in periodo bellico (1942-44) e quindi con oggettive difficoltà materiali e in maniera non continuativa e omogenea».

Sta di fatto che quelle carte adesso sono a Pisa, nella cui università ha studiato Fermi, dopo aver dato i natali a Galileo Galilei, nel 1564, e a Pontecorvo (sul litorale, a Marina di Pisa) nel 1913.

Per celebrare i 450 anni della nascita dell’iniziatore della scienza moderna, Galileo appunto, a Palazzo Blu, a partire da marzo e fino a giugno del prossimo anno, sarà aperta al pubblico una grande mostra (curata dal professor Cervelli e da Vincenzo Napolano) dal titolo suggestivo, che riprende l’annotazione sarcastica di Fermi (!Balle!): «Balle di scienza». Sottotitolo: «Storie di errori prima e dopo Galileo», di «meriti e cantonate». «Visto che anche i più brillanti cervelli — persino Einstein, si leggerà sui pannelli — possono sbagliare». Parola d’ordine: «Si impara dai propri errori». In mostra ci sarà anche parte del materiale che pubblichiamo in queste pagine, che gli studiosi hanno riaperto e riletto proprio per questa occasione.

Così la scienza torna ad essere non un’apodittica verità, ma il frutto d’eccellenza di un’attività umana. «La storia della scienza, se fosse considerata qualcosa di più che un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza da cui siamo dominati», cioè di una scienza meccanicista e riduzionista, scriveva, ormai cinquant’anni fa, Thomas S. Kuhn, epistemologo e filosofo che ha insegnato a Princeton e al Mit di Boston nel suo fondamentale La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Quanto Kuhn aveva auspicato non è ancora universalmente accettato, forse neppure nella comunità scientifica, sicuramente non nella vasta opinione pubblica. Quello di Kuhn era un testo non baconiano che tuttavia teneva fede al detto di Francesco Bacone: «La verità emerge piuttosto dall’errore che dalla confusione». Parafrasando Fermi, la verità emerge proprio dalle !Balle!.

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