L’unica prospettiva intravista nel grande caos degli ultimi anni, osserva Salvadori, consisteva nell’«americanizzazione del sistema partitico italiano», perseguita in fondo tanto da Silvio Berlusconi (ma più che altro a parole) quanto (più coerentemente) da Walter Veltroni. Svuotate le culture politiche del passato, si è pensato di allestire due grandi contenitori, necessariamente eterogenei al loro interno, ma capaci di alternarsi al potere in un contesto deideologizzato. Anche Renzi batte quella via. Solo che l’americanizzazione implica incisive riforme costituzionali, rivelatesi finora irrealizzabili, e una rinuncia alla delegittimazione reciproca di cui per lungo tempo non si è vista traccia e ora si avvertono segnali molto flebili.

Il risultato è la difficile situazione odierna, aggravata dall’ascesa di Beppe Grillo. Nel suo movimento Crainz rivede, anche per «ragioni autobiografiche», l’incapacità propositiva che caratterizzò il Sessantotto. Ercolani condivide il «tutti a casa» dei grillini, ma ne boccia senza appello le suggestioni di «web-anarchia», ben consapevole delle potenzialità manipolatorie che si annidano nell’utopia digitale. Di certo, rispetto al malessere italiano, il M5S è un sintomo più che un rimedio.

D’altronde indicare praticabili vie d’uscita dal marasma è un compito improbo. Rievocando il motto garibaldino «o si fa l’Italia o si muore», Ercolani vagheggia un moto di rigenerazione collettiva. Più sobriamente Salvadori osserva che il tempo in cui la politica nazionale «aveva come scopo ultimo il destino del popolo» è ormai tramontato: siamo nell’era dello «Stato amministrativo», il cui obiettivo è «una efficiente gestione delle risorse» nel quadro condizionante della globalizzazione e dell’integrazione europea. Un’impresa che può apparire prosaica, ma nel contesto dell’Italia attuale si presenta quasi titanica. Auguri alla generazione dei Renzi e degli Enrico Letta, che deve provarci.

Massimo L. Salvadori, Storia d’Italia, crisi di sistema e crisi di regime 1861-2013, Il Mulino

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