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Il 7 luglio 2013 a Wimbledon c’era un sole da quelle parti inusuale. Nel pomeriggio Novak Djokovic avrebbe giocato la finale con Andy Murray — per la cronaca: vincerà Murray, per la gloria della regina, ma questa è un’altra storia —. Che cosa avrà fatto Djokovic la mattina della finale di un torneo del Grande Slam? Allenarsi, studiare l’avversario? Probabilmente. Ma è certo che si è recato al tempio Buddhapadipa. C’è un bel giardino. Lì, tra le foglie, nel silenzio, ha passato un po’ di tempo, un’ora o giù di lì. A fare cosa? Assolutamente niente. Se non stare fermo, occhi chiusi e portare l’attenzione sul respiro. La meditazione è una roba così. Vi sedete abbastanza comodi, non immaginate contorsioni yoga dolorosissime, chiudete gli occhi e aspettate che i pensieri vi passino per la testa. Non ci vuole molto, ne arrivano a sciami. E voi li osservate, notate che vi passano per la mente e li lasciate scivolare via, dicendovi «non ora». E riportate l’attenzione al semplice dato primordiale che state respirando.

Perché Djokovic, uno che per inciso di tornei dello Slam ne ha vinti sette, invece di dedicarsi completamente al tennis, in un giorno così importante passa del tempo ad accorgersi che respira? E non è il solo. Ricky Martin, sì quello di Livin’ la vida loca, bello da fare impazzire o morire di invidia, tutta una questione di punti di vista. Un successo senza limiti. Lo immaginate uno che la vida loca la vive veramente. Eppure anche Ricky Martin, tutti i giorni, medita. Sì, quella cosa del respiro. Lo fanno anche The Edge, Oprah Winfrey, Kobe Bryant. E molti altri. Perché? Perché quest’arte del non fare niente, ma con dedizione assoluta, come dicono alcuni dei maestri che ho ascoltato, è arrivata sulla copertina di «Time»? Moda? Forse. Ma è una spiegazione insufficiente. Può essere si tratti di qualcosa che cambia la vita. Muove la mente. Modifica il funzionamento del cervello. In meglio. Entro certi limiti naturalmente.

Di che si tratta? Molti dei moderni meditanti occidentali ne praticano una forma — derivata dal tipo buddhista chiamato Vipassana — definita mindfulness. In italiano tendiamo a non tradurla, ma significa consapevolezza intenzionale, attenzione consapevole, pienezza mentale. Avete mai pensato che suono fa un acino d’uva passa? No, non sapore, forma, consistenza. Quelle sono cose che più o meno pensate di sapere. Ma, il suono, quello non vi viene in mente. Un tipico esercizio di mindfulness è portare l’acino d’uva presso l’orecchio. Poi lo si sfrega dolcemente tra le dita. E si ascolta. Emette un suono tutto suo. Fatelo. Vi verranno parole per descriverlo, non le avreste immaginate mai.

Ma quelle parole si formeranno nella vostra mente solo se staccate l’attenzione via da tutto il resto. E vi rendete conto che in quel momento esistete voi, l’acino e i vostri polpastrelli che gentili lo sfregano. La mindfulness è l’esercizio del momento presente, del qui e ora. Seduti comodi. Chiudete gli occhi. Respirate. L’aria entra nel naso, attraversa la trachea, riempie i polmoni, il diaframma si solleva e si abbassa. È il vostro corpo vivo, attivo, funzionante. In quel momento lo sentite. Ma la mente non dà scampo. Arriva l’angoscia, la litigata col coniuge, una multa da pagare, controllare l’email, la riunione che vorremmo evitare, controllare ancora l’email, Facebook, Twitter, Facebook, non valgo niente, non mi amano. Rabbia, rancore, angoscia, lo stomaco si stringe, il cuore batte più forte. Mentre voi siete lì seduti, a badare al respiro, di pensieri come questi ne arrivano a frotte, stormi agguerriti di caccia. Ma voi non vi muovete. Lasciate scorrere il pensiero, senza combatterlo. Vi dite: «Penso all’abbandono. C’è dell’ansia dentro di me». La osservate allontanarsi finché ne resta l’eco. E tornate a concentrarvi sul respiro.

Tutto qui? Quasi. Più altri esercizi. La meditazione camminata: badate al piede che si solleva, al tallone che poggia a terra, alla pianta che morbida tocca il pavimento. Immaginate di essere avvolti da una nube di gentilezza. Già a nominarla fa sentir bene. Che senso ha? Che effetto fa? Ci vuole pratica, esercizio, allenamento. A un certo punto fate scoperte. La principale è che i pensieri non sono oggetti; descrivono la realtà, ma fino a un certo punto. Che il timore che vi attanagliava fino a un minuto fa, ora non è più nella vostra mente. Al suo posto l’ombra di un olmo in un giorno in cui passeggiavate in campagna d’estate. E un attimo dopo anche quel ricordo è andato via. I pensieri li prendete sul serio. Ci credete, possono avvelenarvi l’esistenza. La mindfulness mai li combatte. Li accompagna gentilmente verso le periferie della coscienza, toglie loro le luci della ribalta, li fa scivolare via.

L’impazienza del lettore ora si affaccia. E una volta che abbiamo privato i pensieri della luce per cui si dibattevano come trote in un lago di pesca artificiale, che succede di così buono? Molte cose a quanto pare. La mindfulness, soprattutto nella forma iniziata da Jon Kabat-Zinn, si è mostrata efficace nel ridurre ansia, stress, dolore cronico, nel prevenire le ricadute della depressione, migliorare la risposta immunitaria e via dicendo. Le applicazioni cliniche sono in aumento. E fa davvero effetto sul cervello. Un esempio: Véronique Taylor, del Centre de Recherche en Neuropsychologie et Cognition di Montréal, ha pubblicato una ricerca su «Social Cognitive and Affective Neuroscience» che mostrava come nei meditatori esperti rispetto ai novizi si disattivassero quelle aree cerebrali (per amor di rigore: il Default Mode Network) che portano il cervello a riposo a focalizzarsi automaticamente su di sé. Se iper-attivate non ci si stacca mai dal proprio ombelico. Grazie alla mindfulness, la mente si allena a smorzarne l’azione e di conseguenza riprende a guardare il mondo. A vederlo davvero.

Studi simili di neuro-immagini mostrano come la pratica mindfulness aiuti a calmare le emozioni negative e migliori l’empatia. Una moda? Forse. Una panacea? No. Molti non ne saranno incuriositi o, semplicemente, non ne beneficerebbero se la praticassero. È un sostituto della psicoterapia? Non lo è. È un’alternativa. Un complemento. Una sua declinazione. Ma, di solito, quelli che la praticano provano gratitudine. Ero con il mio amico Edoardo. I piedi immersi nell’acqua del torrente che delimita il suo casale nelle campagne della Sabina. Lui medita da decenni. In quei giorni era affannato dalla ristrutturazione. Muratori, piastrelle, il tagliaerba si era rotto, i costi lievitavano. Ci ha meditato su. L’acqua scorreva vivace, portandosi foglie che sembravano animate. Rami di nocciolo sporgevano dalle rive. Edoardo mi dice: «Ho capito. Io di questa casa non sono il proprietario. Sono il custode. Ora la vivo con più serenità».

Guardo il sole che filtra tra una vegetazione che era lì milioni di anni prima di noi e sarà lì molto dopo che noi non ci saremo più. Ha ragione. Respiro. Sento l’acqua che scorre sulle caviglie. È fresca.

 

il Corriere.it La Lettura

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