Ci vollero dieci anni di assedio, il genio di qualcuno chiamato Omero e una prodigiosa trovata di Ulisse, per consumare la grande vendetta dei greci sulla città di Troia. Oggi la vendetta si brucia nel tempo fulminante di 140 caratteri. O in quello dell’instant book con cui Valérie Trierweiler, confortata dal successo di centinaia di migliaia di copie vendute, ha fatto a pezzi l’icona presidenziale del traditore Hollande che si spostava nottetempo dall’Eliseo all’abitazione di Julie Gayet.

Circostanze troppo diverse? Volgarizzazione a fini commerciali di una grandezza tragica che dall’antichità classica si è perduta? Sarà, ma una zuffa colossale e sanguinaria per la bella Elena di Troia non è poi così lontana dalle beghe che scuotono i social network, dove vendicatori e vendicatrici si impegnano a lavare in pubblico l’onta di un tradimento. La differenza è un’altra: che la vendetta si è velocizzata. È diventata istantanea, smentendo il luogo comune secondo cui è tanto più devastante quanto più è perpetrata a freddo, servita nel gelo di una ritorsione lungamente concepita. E poi c’è un’altra, fondamentale differenza: oramai la vendetta si è democratizzata, è alla portata di tutti. È tecnologicamente possibile per chiunque. Basta un video, un selfie, un post su Facebook, il richiamo in un blog, un messaggio assassino su Twitter, una mail, un sms, una doppia spunta azzurra su Whatsapp e tutti, come Rigoletto, possono alla fine spavaldamente intonare: «Vendetta, tremenda vendetta/ di quest’anima è solo desio/ Di punirti già l’ora s’affretta/ Che fatale per te suonerà».

In questi tempi dilaga incontenibile la vendetta mediatica. Che comunque, per fortuna, è sì devastante sul piano della reputazione, è certamente una privata macchina del fango che sputtana per sempre chi ne viene stritolato. Ma è pur sempre materialmente incruenta, senza denso sangue che scorre. Senza lutti, se non del proprio nome messo alla berlina. Le cronache dei giornali locali abbondano di notizie come quella in cui lei, abbandonata, mette in Rete un filmino di loro due a luci rosse. Oppure dell’amante che manda alla moglie la raccolta di sms bollenti del fedifrago. O del capoufficio che riceve da mittente anonimo mail veramente compromettenti sul conto di un suo sottoposto che sembrava tanto probo e garbato e invece si è rivelato un assatanato del sesso extraconiugale.

Il web è diventato una gigantesca piazza del villaggio. Il palcoscenico del pettegolezzo. Lo sfondo di un chiacchiericcio che ha eletto la Trierweiler a sua eroina o comunque a suo prediletto oggetto di conversazione. Non sarà un granché. Ma insomma ci sarà pure, e per fortuna, una differenza con le faide tra clan rivali della ’ndrangheta o della mafia in cui la rappresaglia vendicativa per un torto subito dalla «famiglia» si attorciglia e si incancrenisce in una guerra interminabile. E poi le Erinni, queste furie (si chiamavano anche così, infatti) che straziavano le vittime della loro collera e dei capricci degli dei, erano la quintessenza della vendetta che non indietreggia di fronte a ogni atrocità. E il sangue dei figli di Medea sacrificati da una furia folle e cieca, era appunto la tragedia di una vendetta che non conosce argini, tabù, nessuna parvenza di ragionevolezza.

La differenza, per fortuna, è abissale. Il simulacro mediatico della vendetta è una brutta cosa, ma è pur sempre meglio della vendetta concretamente portata a termine. Valérie scaglia contro Hollande il traditore le pagine di un libro che ne annientano l’immagine, ma non fanno colare il sangue vero. Bisognerebbe farsi raccontare dal Michael Douglas di Attrazione fatale che cosa voglia dire trovarsi un gatto impiccato, battagliare fino alla morte con il coltello in una vasca da bagno, sentire la propria famiglia cacciata in un pericolo totale: questa è vendetta apocalittica. Come quella che il cinema ha raffigurato in questi anni, riesumando il ricordo delle vendette feroci e senza scampo, sottolineandone il carattere atroce, ultimativo, irredimibile. Il ritorno del Gladiatore, per esempio, che vuole vendicare la sua famiglia massacrata, sua moglie e il suo bambino seviziati e uccisi mentre lui stava combattendo per la grandezza di Roma. O la vendetta splatter di Quentin Tarantino che nella saga di Kill Bill racconta di una Uma Thurman insaziabile di furia vendicativa, tra oceani di sangue, un’orgia di sangue, un’ossessione inestinguibile del sangue.

Nell’era della sua massima velocità e visibilità mediatica, la vendetta cambia radicalmente carattere. Mancano i tempi lunghi, meditati, lungamente ruminati della vendetta crudele. Quanto tempo Edmond Dantès, il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, impiega nelle segrete della sua reclusione per mettere a punto la sua vendetta? Quanti travestimenti, quante metamorfosi, quanti ritrovamenti di tesori, quali ingegnosi sotterfugi elaborati all’ombra di un odio gelido ed eterno? L’essenza del carattere vendicativo di Dantès è per questo diventato il paradigma di ogni progetto di rappresaglia. Come parodia, nei panni comici del Nino Manfredi che in Straziami, ma di baci saziami del solito grande Dino Risi promette: «Sono tornato ricco e spietato come il conte di Montecristo» («la rota gira, mia cara»). Come canovaccio di una serie televisiva, Revenge, «liberamente ispirata» al romanzo di Dumas. Nel film Munich di Steven Spielberg, tratto da un libro-inchiesta di George Jonas che reca il titolo Vengeance, «Vendetta», la lentezza implacabile di un gruppo di vendicatori è il cuore stesso della trama. Nato con la missione di individuare e punire tutti gli esecutori e i mandanti del commando palestinese di «Settembre nero» che durante l’Olimpiade di Monaco del 1972 aveva fatto strage di undici atleti israeliani, il gruppo segreto di vendicatori viene attraversato nel corso degli anni dell’operazione clandestina da dubbi, dilemmi, stanchezza, cadute nella demotivazione, rivalità intestine, sospetti, errori drammatici. Grava su di esso addirittura lo spettro di uno scacco esistenziale, di vite bruciate all’inseguimento di un torto da raddrizzare. Ma il valore di una missione rischiosa e piena di incognite, giocata sul crinale quotidiano della vita e della morte, viene esaltato dai tempi lunghi. Ne trae nutrimento, perché è la prova che quella cosa va fatta con una determinazione quasi sovrumana, anche a costo di annichilire la normalità della vita di ciascun membro del gruppo di vendicatori.

La mediatizzazione della vendetta è come se togliesse valore a questa costanza ineliminabile nei gesti e nelle azioni di chi vuole vendicarsi sulla base di un’offesa immedicabile nell’ordinaria amministrazione. Anzi, la vendetta tanto più viene esaltata quanto più si fa puramente simbolica, immateriale, teatrale. È la «V» iconica delle vendette che campeggia sulle rivolte che nelle piazze mediatiche di tutto il mondo assumono «Occupy» come motto dell’insubordinazione. È la maschera beffarda e ribelle del Guy Fawkes che viene indossata dai giovani impegnati a occupare le strade e le piazze del villaggio globale e inneggiano a quel volto così caratteristico, quel sorriso impertinente, i baffi all’insù, il pizzo stilizzato che grida alla vendetta in cui il 99% dei popoli dovrebbe scatenarsi a scapito del rimanente 1%, responsabile di ogni nefandezza e usurpatore di una ricchezza immensa e iniqua.

Il personaggio creato da Alan Moore e David Lloyd fa della vendetta il suo contrassegno, rimanda a un futuro in cui ogni torto sarà lavato, anche ricorrendo ai mezzi esplosivi dell’arsenale terroristico. Ma è puro teatro di strada, rappresentazione non dissimile dalle magliette con l’icona del «Che» Guevara: un brivido di ribellione, e poco di più, non certo l’implacabilità di una vendetta da consumare a tutti i costi. Oggi, nell’epoca in cui si mischiano inscindibilmente pubblico e privato e in cui la privacy appare un ferrovecchio del passato, anche la vendetta politica si trasforma in una vendetta privata. Hollande è il capo dello Stato francese, è uno dei rappresentanti più importanti della politica internazionale, ma la sua immagine rischia di venire travolta dalla furia vendicativa esasperata dall’abbandono e dall’umiliazione di Valérie.

In fondo non è la prima volta che in Francia un libro materializza la vendetta su personalità celebri e vicinissime al Palazzo della politica. Già Justine Lévy, figlia di Bernard-Henri Lévy, aveva concentrato nel suo libro Rien de grave il massimo di un sottile spirito vendicativo, indicando in Carla Bruni lo squalo seduttivo che le aveva portato via il professore di filosofia Raphael Enthoven. La stessa Bruni che alloggerà con il presidente Sarkozy nell’Eliseo disertato di notte dal fedifrago Hollande. Non proprio il massimo del buon gusto: tutt’altra statura quella della Nora Ephron che, con Affari di cuore, aveva inferto un colpo micidiale all’ex marito Carl Bernstein, uno del duo Watergate che l’aveva tradita quando lei era incinta.

A noi restano le aspre invettive di Veronica Lario in Berlusconi, con il suo iracondo richiamo alle «vergini che si offrono al Drago». E una quantità impressionante di vendette multiple che si consumano sotto i riflettori di Facebook e di Twitter per la gioia del pubblico dei follower. Per Elena di Troia si massacrarono per anni e per vendicare Patroclo, Achille straziò addirittura il cadavere di Ettore. Non scorre più il sangue vero. Ma che spettacolo, il teatro social della vendetta.

Pieluigi Battista

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