Se c’è una cosa che il ciclismo mi ha insegnato è questa: i sogni bisogna chiamarli obiettivi, e cercare di raggiungerli. E io ho in mente qualcosa di bello, qualcosa di grande e unico .
Sogno un ciclismo innovativo , che guardi ai giovani come futuri uomini prima che come potenziali campioni. Un ciclismo che sappia sempre rispecchiare e rispettare la passione della gente, perché il nostro è lo sport più “familiare” di tutti: in ogni famiglia c’è un papà, un nonno o uno zio appassionato di ciclismo ed è a questi papà, nonni e zii che dobbiamo tornare a parlare. Sogno un ciclismo in cui la vittoria è un punto di arrivo e una conseguenza, non un punto di partenza e una necessità. Sogno un ciclismo che vada nelle scuole, nelle piazze, nei paesi e nelle città: a dire a tutti che fare sport, qualsiasi sport e a qualsiasi livello, è una risorsa irrinunciabile per tutti i nostri ragazzi e per la nostra società. Sogno un ciclismo sociale, nel quale il grande campione non si dimentica mai da dove è venuto e si ricorda che basta voltarsi per trovare qualcuno più sfortunato di lui.

Sogno un ciclismo orientato al marketing , nel quale il corridore sa cosa fa la sua azienda e l’azienda sa cosa fa il suo corridore: perché i valori dell’uno e dell’altra sono compatibili e perché questo contagio tra valori può alzare il livello. E non esiste, non deve mai capitare che un ciclista ignori quello che fa l’azienda che lo sostiene come non deve mai capitare che un dipendente non sappia cosa sta facendo il corridore.

Sogno un ciclismo che sia opportunità per l’azienda, perché è un ciclismo in continuo movimento: e ogni movimento ha qualcosa da dare. Sempre.

Tutto questo si può fare, e io me lo sono messo in testa.

Ed è quello che sto facendo: ora, con questa lettera.

IB

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