Perché Dmitrij è proprio uomo, nelle ossa, nelle carni e nello spirito: è impastato di umanità fino al midollo, in maniera diretta, a nervi scoperti. Con le sue stesse parole:

« Io sono un Karamazov! Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in maniera così degradante: lo considero bello! E quando sono al fondo della vergogna innalzo un inno. […] Che segua pure il diavolo purché rimanga tuo figlio, Signore, io ti amo e conosco la gioia senza la quale il mondo non potrebbe esistere. »

Dmitrij è l’eroe che vive in intima unione con gli elementi primordiali dell’esistenza. Seppur misero e peccatore, rappresenta comunque l’umanità autentica perché inserito nel tessuto fondamentale dell’universo. In Dmitrij batte un cuore buono, ma disorientato e passionale, che ancora non conosce, o meglio, ancora non ha sperimentato il versetto giovanneo dell’epigrafe del romanzo, “se il chicco di grano che cade nella terra non morrà, resterà solo; ma se morrà darà molti frutti”.

Fino alla conversione finale, Dmitrij si dibatte per la libertà ricercandola nell’idea del parricidio, ma alla fine il vero riscatto e la nuova consapevolezza si riversano nel cuore di Dmitrij con esuberanza:

« E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole far qualcosa per tutti, perché il piccino non pianga più, perché non pianga mai la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l’impeto dei Karamazov. Fratello, in questi due mesi io ho sentito dentro di me un uomo nuovo, è risorto in me un uomo nuovo! Era prigioniero dentro di me, ma non sarebbe mai comparso senza questo fulmine. Cosa mi importa se starò per vent’ anni a scavare minerale col martello nelle miniere? non ne ho affatto paura. Anche là nelle miniere, sottoterra, ci si può trovare accanto un cuore umano. No, la vita è completa anche sotto terra! […] E cos’è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo. E mi sembra che in me ci sia tanta forza da vincere tutto, tutte le sofferenza, pur di potermi dire: io sono! »

Dmitrij ha scoperto il piacere di schiudersi all’umiltà, di farsi balsamo per ogni ferita: la repulsione per la miseria del mondo è sbocciata nell’impulso di profondersi in carità e amore. Dove lui riesce a scavalcare la barriera dell’odio, suo fratello Ivan, il ribelle, il negatore razionale, vi incespica, si ossessiona, vi “sbatte la testa contro” fino alla febbre cerebrale.

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